Briciole di Filosofia: Elogio della filosofia

  1. Briciole di Filosofia.

Prima di tutto una spiegazione sul titolo che ho scelto per questo incontro (nella speranza che ne possano seguire altri): “Briciole di Filosofia”. Ho tratto questo nome da un’opera di Søren Kierkegaard, un filosofo e teologo danese dell’800 (Briciole di filosofia ovvero una filosofia in briciole) le cui riflessioni, davvero molto profonde ed interessanti, hanno grandemente influenzato la riflessione filosofica nel secolo scorso. Il tema dell’opera di Kierkegaard è quello del rapporto dell’uomo (del singolo uomo) con la verità e, più in particolare, con la Verità della salvezza cristiana. Ma qui essa ci interessa unicamente per il suo titolo: briciole di filosofia sta ad indicare una quantità minima ed è quindi, se vogliamo, una professione di umiltà: non è certo possibile in qualche lezione di poco più di un’ora accostarsi alla filosofia e alla sua storia in modo tale da scalfirne anche solo la superficie. Quello che vorrei fare è dunque, per così dire, sbriciolare per voi alcuni “bocconi” di quel pane che è la filosofia sperando che siano sufficientemente nutrienti e che se la quantità è poca, almeno la qualità sia buona. E con questo ho anche illustrato lo scopo che mi vorrei prefiggere.

  1. Carta di Identità della filosofia.

            Il titolo che ho scelto per questo particolare incontro è Introduzione alla filosofia. L’idea fondamentale è dunque quella di rispondere alla domanda “che cos’è filosofia” presentandone, in un certo senso, la “carta di identità”. Scopriremo dunque per quale ragione questa disciplina viene chiamata in questo modo, dove e quando è nata, da cosa e da chi ha avuto origine e quali sono i suoi “segni particolari” ovvero le sue caratteristiche più fondamentali. Non potrà che essere una descrizione schematica ed insufficiente: ciascuno di questi punti meriterebbe almeno una lezione a parte se non di più, ma basterà ai nostri scopi.

Prima di cominciare vorrei chiedere scusa in anticipo se in certi passaggi parlerò in modo troppo tecnico o comunque troppo difficile. Da parte sua la filosofia richiede a volte (come ogni altro sapere) un suo proprio linguaggio; inoltre essa rifugge la banalità; preferirei essere un filo troppo difficile piuttosto che banalizzare l’argomento cercando di essere troppo semplice. Dall’altra parte è vero che un buon filosofo è anche colui che è in grado di adattare il proprio discorso alla “anima” di colui che lo ascolta. Mi sforzerò di essere il più possibile semplice senza risultare banale e voi mi scuserete se sarò troppo tecnico. Nel caso interrompetemi pure e chiedete spiegazioni. Sono abituato a parlare a chi, di tutto questo, ne sa molto più di me.

Cominciamo però con qualcosa di molto leggero: vi farò vedere un video dei Monthy Python, assai divertente con protagonisti alcuni tra i più noti filosofi della storia.

Il video dei Monthy Python ci mostra, in una chiave ironica e abbastanza surreale quello che può essere considerato il principale luogo comune sulla filosofia e sui filosofi in generale: i filosofi sarebbero dunque questi strani tizi – spesso con delle grandi barbe – che, anche di fronte a qualcosa di così semplice e ovvio come una partita a pallone passano quasi tutto il tempo a riflettere e discutere tra loro senza curarsi nemmeno della palla (cioè, potremmo dire, delle cose concrete, che veramente contano). Alla fine è Archimede (che più che filosofo è scienziato) che ha l’intuizione giusta (EUREKA!) e porta alla vittoria la squadra della Grecia mentre i filosofi tedeschi… continuano a discutere ed a pensare. Così, quando una persona dice di studiare filosofia c’è sempre qualche bel tipo che, con l’intento di suonare particolarmente spiritoso ed originale se ne esce con il noto detto. “La filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale tutto resta uguale”. Da una parte c’è in questa espressione un barlume di verità: la filosofia è, in un certo senso, “inutile”, proprio perché non ha un’applicazione pratica immediata e nemmeno la ricerca. Dall’altra parte mi piacerebbe mostrarvi come questo luogo comune – come tutti i luoghi comuni, sia in verità profondamente errato. Non è affatto vero che con o senza la filosofia, tutto resta uguale. E questo non solo perché senza la filosofia non avremmo nemmeno la Scienza; non solo perché è la filosofia che ci ha consegnato quelle distinzioni di cui noi tutti facciamo uso come quella di anima e corpo, mente e corpo, ragione e sensibilità…Ma soprattutto perché la filosofia ci permette di avere un nuovo sguardo sulla realtà e che superi e nello stesso tempo comprenda quella propria del senso comune e della scienza.

 

  1. Il nome.

Per comprendere che cosa sia la filosofia guardiamo prima di tutto al nome stesso della cosa. I nomi, in effetti, ci rivelano spesso qualche cosa della cosa stessa. Così il luogo in cui ci troviamo, la Biblioteca è appunto il luogo che custodisce i libri (in greco Biblia). Lo stesso “gioco” può essere compiuto con altri termini come Oratorio, Chiesa, Geografia, Geometria, Astronomia… La disciplina che studia questo aspetto del linguaggio e l’Etimologia ed è una scienza assai interessante anche se a volte è stata un poco abusata. Filosofia, come altri termini citati, viene dal Greco e significa “Amore per il sapere”. Vediamo di comprendere il significato di questa espressione soffermandoci su ciascuno dei due termini.

Cominciamo dal primo termine: cosa si intende qui per “amore”? Come forse saprete in greco antico esistono tre diversi termini per il verbo Amare: Agapào, Filéo ed Erào. Agapào (con il corrispondente sostantivo Agape) è il meno utilizzato nel greco classico: non ha una sfumatura particolare ed indica una sorta di preferenza. Verrà poi fortemente recuperato nella riflessione Cristiana per indicare l’amore donativo, libero e gratuito di Dio e verso Dio. Erào (con il corrispondente sostantivo Eros) indica invece l’amore passionale, Filèo invece indica infine l’amore di amicizia ed è inoltre abitualmente usato nel senso di “avere caro”. Il filo-sofo è dunque colui che è amico del sapere, che ha cara la sapienza e la scienza. Proprio per questo egli desidera ottenere il sapere, lo ricerca attivamente come se fosse non ci fosse cosa più importante in tutta la vita. Nel Simposio Platone va per certi versi oltre: la filosofia non è semplicemente una “filìa”, un’amicizia per il sapere, ma è connessa proprio con “l’Eros”, quell’amore cioè che indica il desiderio nella sua forma più forte e più piena.  Leggiamo insieme un breve passo di questo dialogo in cui emerge con grande chiarezza il senso dell’Eros filosofico.

«Nessuno tra gli dèi fa filosofia, né si desidera diventare sapiente, dal momento che lo è già. E chiunque altro sia sapiente, non filosofa. Ma neppure gli ignoranti fanno filosofia , né desiderano diventare sapienti. Infatti, l’ignoranza ha proprio questo di penoso: chi non è bello, né buono, né saggio, ritiene invece di esserlo in modo conveniente. E, in effetti, colui che non ritiene di essere bisognoso, non desidera ciò di cui ritiene di aver bisogno. […] <Coloro che filosofano> sono quelli che stanno a mezzo tra gli uni e gli altri, e uno di questi è appunto Eros. Infatti, la sapienza è una delle cose più belle, ed Eros è amore per il bello. Perciò è necessario che Eros sia filosofo, e, in quanto filosofo, che sia intermedio tra il sapiente e l’ignorante»

Le parole di Platone sono di una chiarezza cristallina: la filosofia non è ancora la pienezza della sapienza, perché altrimenti non avrebbe alcun bisogno di ricercarla; non è nemmeno assoluta ignoranza, perché altrimenti non sentirebbe affatto la necessità di sapere. Essa sta appunto sulla strada, sulla via verso il sapere. Per questa ragione Platone dice che gli dei non fanno filosofia: essi possiedono già la sapienza e per non hanno dunque alcun bisogno e alcun desiderio di ricercarla. La filosofia è cosa dell’uomo, perché proprio l’uomo è quell’essere che sta a metà tra il divino il materiale. Facciamo poi una sottolineatura: la filosofia è questione di amore, di desiderio di passione: non è un sapere freddo e impersonale, o meglio, può anche alla fine essere questo, ma al suo fondo, alla sua radice c’è un autentico desiderio e senza questo desiderio non ci può essere ricerca, né nella filosofia, né nella scienza. Sottolineiamo un’altra cosa: la peggiore forma di ignoranza consiste proprio nella falsa convinzione di sapere: il peggiore degli ignoranti è proprio colui che, ritenendo di essere già a posto, non desidera affatto diventare affatto sapiente e non pensa di non aver bisogno di apprendere alcunché. Questo pensiero viene chiaramente espresso dal socratico «sapere di non sapere». Nell’Apologia Socrate dice.

«Il dio sembra che parli proprio di me, Socrate, e invece fa uso del mio nome, servendosi di me come un esempio, come se dicesse. “Uomini, fra di voi è sapientissimo chi, come Socrate, si è reso conto che per quanto riguarda la sua sapienza non vale nulla»

La filosofia comincia dunque dal prendere atto della propria ignoranza, del limite della propria sapienza; ma non ci si può fermare a quel punto. Fermarci qui sarebbe cadere nello scetticismo e lo scetticismo, se pure è una filosofia, è una filosofia morta in sé stessa o è la morte della filosofia. Occorre invece essere mossi dal desiderio di sapere: anche se mai raggiungeremo  il perfetto sapere (che appartiene solo a Dio) potremo comunque avvicinarci ad esso ed accoglierne in noi un riflesso. Platone, parlando di questo desiderio, si avvale del termine greco più forte per indicare l’amore: Eros: perché essa coinvolge l’intera esistenza.

Ma si potrebbe ora chiedere, parlando un po’ alla maniera di Socrate “La filosofia è dunque amore della sapienza. Ma di quale sapienza è amore la filosofia?”. Facciamoci qui guidare da un grandissimo studioso della Storia della Filosofia, profondo conoscitore del pensiero antico: Giovanni Reale, scomparso poco più di due anni fa.

«Il problema filosofico è nato e si è sviluppato come tentativo di cogliere e di spiegare l’intero, ossia la totalità delle cose, o almeno come problematica della totalità. E la filosofia resta tale sole se e fino a quando tenti di misurarsi con l’intero e cerchi di prospettarsi il senso della totalità»

Reale è sempre abbastanza chiaro ma cercherò di spiegare la questione in maniera ancora più semplice: l’intero deve essere visto qui come ciò che si contrappone alla semplice somma. Pensiemo ad una famiglia: non si comprende che cos’è una famiglia semplicemente mettendo insieme un uomo, una donna e alcuni bambini: La famiglia è qualcosa di più della semplice somma dei suoi componenti. E così, per il filosofo, il mondo è qualcosa di più della semplice somma di tutte le cose che lo compongono. Il filosofo va in cerca del fondamento. La filosofia si fonda quindi su quelle che potremmo definire le domande fondamentali. Mi piace qui rifarmi ad un filosofo che apprezzo particolarmente e al cui pensiero mi sento abbastanza vicino: Immanuel Kant. Nella sua opera maggiore, la Critica della ragione pura egli scrive.

«Ogni interesse della mia ragione (tanto quello speculativo, quanto quello pratico) si concentra nella domande seguenti. Che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa mi è lecito sperare?»

a queste domande possiamo aggiungere quella contenuta in un’altra opera, l’Antropologia:  «Che cos’è l’Uomo?». Sono queste le domande filosofiche fondamentali: Kant le pone in termini che sono tipici del suo proprio pensiero, ma possiamo svolgerle in maniera più ampia e tale da abbracciare anche le questioni fondamentali degli antichi filosofi.

“Cosa posso sapere?”: ovvero quali sono i limiti della mia conoscenza? Che cosa posso dire del mondo, dell’universo? È eterno o un giorno scomparirà? Esiste un Dio?. C’è solo la materia con le sue leggi o anche lo Spirito ha una sua realtà, una sua consistenza? Che cos’è la verità? In che modo noi uomini la possiamo raggiungere? In che modo i sensi ci possono portare alla verità? Che cosa caratterizza il ragionamento scientifico?

“Che cosa devo fare?” La domanda è qui posta in termini tipicamente kantiani, ma si può capire che è questo il problema morale. Qual è la vita buona? Come devo comportarmi per essere veramente felice? In cosa consiste la felicità? Ci sono norme morali assolute?

“Cosa mi è lecito sperare?” Qui si incontrano nel modo più pieno filosofia e religione. Posso sperare di essere veramente felice, di avere una vita pienamente compiuta? C’è una vita che oltrepassa la morte? L’anima è immortale?

“Che cos’è l’Uomo?” Questa domanda è forse quella che tutte le riassume: la filosofia è tipicamente umana perché l’uomo è proprio l’essere che “sta in mezzo” (tra l’animale e  l’angelo per il Cristianesimo, ma potremmo dire tra il puramente materiale e il puramente spirituale). Comprendere che cosa sia l’Uomo significa proprio dare fondo alle domande fondamentali, esistenziale.

In questa molteplicità di domanda (ed in altre ancora che potremmo ulteriormente enumerare) si concentra l’intera problematica della filosofia: è una problematica immensamente ampia.

Aggiungo un’ultima considerazione: la filosofia contemporanea (almeno in alcuni suoi settori) ha spesso lasciato cadere molte di queste domande. Spesso ha teorizzato esplicitamente che queste domande sarebbero insensate, non scientifiche, irrazionali e assurde. Sarebbero domande a cui la risposta non è possibile e occorrerebbe, per esempio, tralasciare queste domande e concentrarsi sulla sola scienza “sperimentale”: Al massimo questa sarebbe materia da poeti ed i filosofi che si occupano di queste questioni (la “Metafisica” come forse vedremo in un’altra lezione) sarebbero solo dei poeti mancati. Anche questo è fare filosofia: ma è una filosofia che, per così dire, sancisce la morte della filosofia stessa. Non solo: queste affermazioni non sono, in fondo affatto scientifiche, ma si basano su pregiudizi non indagati e inconsapevoli  e proprio per questo tanto più pericolosi Alla filosofia finisce poi per sostituirsi la scienza che diviene il nuovo mito inamovibile, il nuovo oracolo ultimo da cui attingere tutte le risposte: è il mito dello “scientismo”. Di fronte a questa scienza si può dire con Husserl

«Nella miseria della nostra vita questa scienza non ha nulla da dirci. Essa esclude di principio proprio quei problemi che sono i più scottanti per l’Uomo; i problemi del senso e del non-senso dell’esistenza umana nel suo complesso. Questi problemi […] non esigono forse, per tutti gli uomini anche considerazioni generali ed una soluzione razionalmente fondata?»

4.Luogo e anno di nascita.

            Abbandoniamo per un momento le questioni più strettamente filosofiche ed inoltriamoci per qualche tempo in questioni storiografiche. Quando e dove è nata la filosofia? E perché proprio lì? La risposta è qui abbastanza semplice: la filosofia nasce nel VI secolo a.C. e procede nel suo sviluppo nei due secoli successivi: il quarto secolo, in particolare vedrà il fiorire dei grandi filosofi: dapprima Platone, poi il suo discepolo Aristotele, e dopo di questi Zenone lo Stoico, Epicuro. Il suo luogo di nascita, come il suo stesso nome dimostra è l’Antica Grecia: la filosofia è una originale creazione del genio ellenico. Essa non nasce però nella Grecia continentale, ma nelle colonie: dapprima in quelle dell’Asia Minore (Mileto, Efeso) e poi in quelle italiane della Magna Grecia e della Sicilia (Elea, Taranto, Siracusa). Solo in seguito, nel corso del IV secolo, la filosofia troverà in Atene quella che potremmo definire la sua “capitale”: dopo le Guerre Persiane, Atene divenne infatti, ad opera di Pericle, un grande centro culturale che attirò i maggiori ingegni della sua epoca.  Ad Atene sorgerà poi la grande figura di Socrate e ad Atene troveranno la loro sede le grandi scuole filosofiche: l’Accademia di Platone, il Peripato di Aristotele, il Giardino di Epicuro e la Stoà di Zenone.

E perché la filosofia nacque proprio qui? Si intrecciano qui vari fattori, sociali, politici, religiosi ed economici. Ma credo che questo intreccio di fattori possa essere espresso in modo adeguato dalla parola Libertà. La filosofia è possibile solo nella libertà: sorge da essa ed in essa si alimenta; la filosofia è cosa da “uomini liberi”. Questa libertà può essere intesa anche in senso economico, sia nel senso più banale che essa richiede una certa sicurezza economica, il non dover lottare per soddisfare i bisogni più fondamentali della vita (come diceva Aristotele “Prima si pensa a vivere e poi a fare filosofia”); sia un senso più elevato dove questa libertà indica la capacità di distaccarsi dalla ricchezza, senza considerarla un valore. I primi filosofi erano spesso nobili aristocratici, che disponevano di una forte rendita che permetteva loro di vivere senza problemi; quando  Questa libertà può essere declinata in senso politico: la Grecia del VI e del V secolo è il luogo dove si sviluppa la democrazia: la caduta delle tradizionali istituzioni aristocratiche spinse quegli uomini a ricercare attivamente quali fossero le leggi migliori, a liberarsi sempre più dell’influenza delle spiegazioni mitiche o comunque tradizionali. E non è un caso che proprio ad Atene, la Polis in cui il sistema democratico trovò il suo pieno compimento, la polis che più di tutte riuscì a garantire ai suoi cittadini la libertà, divenne la patria in cui la Filosofia, dopo un lungo peregrinare, trovò finalmente casa. In Socrate, Platone e Aristotele, in effetti, la filosofia ebbe – con maggiore o minore intensità – una forte valenza politica. Anche in questo caso non dobbiamo pensare ad legame puramente meccanico: anche quando questa libertà politica svanì, sotto il dominio dei nuovi stati ellenistici e poi dell’Impero Romano, la filosofia poté continuare a vivere: la libertà non era scomparsa con le istituzioni democratiche, ma si giocava ora nell’anima del singolo filosofo e diveniva libertà dal desiderio del potere politico, vita ritirata, per la Scienza.

 

5.Il Padre e la Madre: Il mito e la meraviglia.  

Continuiamo il nostro discorso sull’origine della filosofia da un’altra angolazione: dicendo che la filosofia è nata nella particolare situazione sociale e culturale delle Poleis dell’antica Grecia, intorno al VI secolo avanti Cristo non abbiamo indicato che l’origine materiale della filosofia. Ci chiederemo ora quale sia l’origine interna della filosofia: come essa sia nata e come continui a nascere anche oggi. Utilizzando una metafora potremmo dire che indicheremo quali siano il “padre” e la “madre” della filosofia. Padre della filosofia è il mito, madre della filosofia è la meraviglia. Questa è certamente una bella proposizione, in apparenza molto profonda e facilmente spendibile, ma necessita di una spiegazione.

Può sembrare strano affermare che il mito sia il “padre” della filosofia: in un certo senso, infatti, la filosofia nasce proprio dal superamento della visione mitica del mondo: essa l’ha messa in crisi e ne ha determinato la scomparsa. E questo è certamente assolutamente vero. Utilizzando un’immagine un po’ colorita possiamo però affermare che la filosofia nasce con il “parricidio” del mito. Mito e Filosofia hanno infatti, per così dire, lo stesso oggetto. Entrambi intendono fornire una spiegazione di tutta la realtà: della realtà umana come della realtà del mondo. Pensiamo qui ai grandi miti Teogonici e Cosmogonici (che raccontano cioè l’origine del mondo e degli dei) di Esiodo. Ma anche agli stessi poemi omerici, Iliade ed Odissea, che per molti secoli costituirono la base fondamentale dell’educazione dell’uomo greco. Leggiamo un breve passo del filosofo ceco Jan Patocka su questo tema.

«Si può anche dire che il mito rappresenta la prima elaborazione di una visione del mondo in totalità. D’altra parte, comunque, la filosofia, nel suo aspetto positivo, deve avere un punto di partenza, le occorrono mezzi con cui porre le sue domande e cercare di rispondere. Essa non può porre questi mezzi in qualcosa che non esiste, cioè in sé stessa; deve estrarli da qualcosa che c’è. In origine, ai primordi, essa trae i suoi mezzi – trasformandone essenzialmente il senso – dal mondo mitico».

La differenza tra la filosofia ed il mito (ed è una differenza fondamentale) sta nel metodo: la filosofia si avvale della ragione: le sue spiegazioni sono razionalmente fondate ed il filosofo deve rendere costantemente conto di esse; il mito si avvale invece principalmente di immagini e della fantasia (che tanto ci stupisce nella sua inesauribile vivacità) che li genera. A buon diritto possiamo dunque dire che il mito è l’antecedente della filosofia: esso risponde agli stessi bisogni fondamentali ed ha persinop alcuni tratti comuni. La filosofia comincia dunque con il rendersi conto dell’insufficienza del mito come spiegazione della realtà (i miti sono molti e diversi per i diversi popoli) e cerca dunque una strada diversa, la strada della spiegazione razionale (che nel mito era pure presente, ma ancora in modo embrionale e subordinato). La nascita della filosofia segna certamente un forte solco rispetto alla tradizione mitico-poetica ed i primi filosofi erano ben consci di questa grande differenza, ma la filosofia deve al mito molti temi fondamentali. Non solo: essa si avvarrà spesso del “mito” – in un senso profondamente rinnovato – come di una modalità di espressione adeguata a mettere in luce alcune verità fondamentali, come avviene soprattutto in Platone.

Se il mito è un po’ il padre della filosofia, madre della filosofia è la meraviglia. Leggiamo subito due belle testimonianze, una di Platone ed una di Aristotele.

«Ed è proprio del filosofo essere pieno di meraviglia; né altro cominciamento ha il filosofare che questo essere pieno di meraviglia»

«Gli uomini hanno incominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia. Mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori.[…] Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere»

Diciamo prima di tutto che la meraviglia è un sentimento: si pensa a volte alla filosofia e alla scienza come ad un sapere impersonale, per il quale si devono mettere da parte tutti i sentimenti e tutte le passioni per rimanere appunto nella pura ragione. Platone e Aristotele ci dicono, al contrario, che la filosofia nasce proprio da un sentimento e che il filosofo, se vuole essere tale, deve costantemente rinnovare dentro di sé questo sentimento. Senza la meraviglia, niente filosofia (e niente scienza e niente mito). La meraviglia è quel sentimento di ammirazione che siamo spinti a provare di fronte a qualcosa di bello e di grande, di qualcosa che in qualche modo supera la nostra comprensione. Di fronte al “meraviglioso” proviamo prima di tutto un senso di piacere: ciò che vediamo è bello, stimola i nostri sensi e la nostra ragione; in seguito proviamo – forse con un certo “dolore – la consapevolezza del nostro limite e della nostra ignoranza e, nello stesso tempo,proviamo il desiderio di colmare la nostra ignoranza e di comprendere quel meraviglioso davanti al quale ci troviamo.

Potremmo ora chiederci: di fronte a che cosa si manifesta questo sentimento di meraviglia che è all’origine della filosofia? Possiamo dare una prima risposta, apparentemente è abbastanza semplice: il mondo, o usando il termine greco che è molto più significativo, il Cosmo. Il termine “cosmo” significa “ordinato, ben disposto”: la meraviglia filosofica comincia dunque dal constatare la presenza di un ordine nel mondo. L’alternarsi del giorno e della notte, delle stagioni dell’anno, il movimento regolare degli altri nel cielo, ma anche il ciclo della vita, nascita, crescita e morte portarono i primi pensatori ad indagare questo stesso ordine, cercandone le cause e determinando la sua regolarità. Ed è significativo che Talete, che la tradizione indica in modo unanime come il primo filosofo, sia stato anche astronomo e sembra che sia stato in grado di prevedere una eclissi di Sole.

La “meraviglia” dalla quale nasce la filosofia non è però il semplice stupore che prende ciascun uomo di fronte alla bellezza ed alla varietà del mondo e delle cose: essa richiede qualcosa di più profondo e di più pieno. Potremmo dire che la filosofia nasce dalla capacità di provare meraviglia, di suscitare in sé stessi lo stupore di fronte a ciò che l’uomo comune ritiene – per certi versi anche con buone ragioni – già chiaro ed ovvio. Alcuni filosofi hanno persino ritenuto che la filosofia possa essere definita come una “dottrina critica del senso comune”. Ciò significa che il filosofo prende in esame ciò che il senso comune comprende già in modo implicito ed ancora grezzo e inindagato e cerca di capire che cosa ci sia di vero e che cosa ci sia di falso in questa “pre-comprensione” ed inoltre di meglio spiegare quelle stesse cose che per l’uomo comune sono già ovvie e non bisognose di essere indagate.

Facciamo un esempio: il tempo. Che cosa esso sia, in qualche modo lo sappiamo tutti, è una cosa con cui abbiamo costantemente a che fare, nella quale siamo costantemente immersi e ciascuno di noi “sa” o crede di sapere che cosa esso sia. Ed in un certo modo abbiamo anche ragione. Se però guardiamo la questione in profondità questa apparente chiarezza svanisce completamente: sappiamo che cosa il tempo sia, ma spiegarlo a parole non è affatto facile! Sant’Agostino nelle Confessioni esprime questo paradosso con grande chiarezza

«Che cosa c’è di più noto e di più familiare del tempo, al quale noi facciamo richiamo nei nostri discorsi? E certamente noi intendiamo che cosa sia il tempo quando ne parliamo, e lo intendiamo anche quando ascoltiamo un altro che parla. Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo domanda, io lo so; se intendo spiegarlo a chi melo domanda, non lo so»

Non è qui importante illustrare le molte e profonde riflessioni che Agostino fa su questa questione.

Quello che conta è comprendere che la filosofia non è affatto qualcosa di distante dal senso comune e dalla vita di ciascuno di noi. Anche quando sembra parlare di quei temi che più sembrano ostici e lontani dalla concretezza dell’esistenza quotidiana, la filosofia, se è vera, ha qualcosa da dirci. E, di nuovo, non si tratta necessariamente di qualcosa di sorprendente, di misterioso o di esoterico: di fronte al pensiero dei filosofi veramente grandi io ho spesso avuto questa sensazione: ciò che essi dicevano l’avevo in qualche modo “sempre saputo” ma non ero stato in grado di rendere esplicito il mio pensiero. Il filosofo è colui è che, di fronte a queste “ovvietà”, di fronte a tutto ciò che per l’uomo comune è perfettamente normale e perfettamente compreso, è in grado di provare meraviglia, di cogliere nell’ovvio quella traccia di incomprensibile mistero che si trova in ogni cosa. La grande carica rivoluzionaria della filosofia sta proprio nel sapersi interrogare di fronte a ciò che il senso comune utilizza senza riflettere. Il senso comune, da parte sua, fa per molti versi benissimo a procedere senza riflettere: esso “funziona” già così ed è per molti versi sufficiente. Prendiamo come esempio il linguaggio: c’è su di esso una letteratura filosofica sterminata, che è particolarmente cresciuta nell’ultimo secolo. Ma nel nostro parlare quotidiano facciamo già del linguaggio un uso perfettamente compiuto (indipendentemente dalla correttezza grammaticale), sappiamo usarlo, perfettamente e non abbiamo alcun bisogno di chiedere al filosofo (o al linguista) come funziona il linguaggio.  Ciò che non sappiamo secondo quali regole esso funziona, qual è la logica che sottostà alla più semplice delle nostre affermazioni. La filosofia apre qui un vasto terreno di ricerca

La filosofia riguarda le grandi verità che non possono mai essere estranee alla radice più profonda della nostra anima. Dinnanzi ad esse la meraviglia cresce costantemente e non si arresta di fronte ad alcuna spiegazione. Per questa ragione la filosofia è anche un compito inesauribile che si rinnova costantemente anche se le sue domande restano fondamentalmente sempre le stesse. Un’opera scientifica, tendenzialmente, dopo pochi anni viene spesso considerata superata perché nuove scoperte giungono che la rendono in qualche modo obsoleta. Le grandi opere filosofiche, anche se hanno più di duemila anni possono essere (e spesso sono effettivamente) ancora attuali e proficue perché in esse parla qualcosa di eterno, l’eterna meraviglia di fronte al mondo, di fronte alle cose, di fronte all’essere nella sua totalità.

 

 

 

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